Legittimo l’utilizzo dei dati della lista Falciani

Con le ordinanze n. 8605 e n. 8606 del 28 aprile 2015, la Corte di Cassazione si è pronunciata per la prima volta sull’utilizzabilità – nel processo tributario – della lista Falciani.

I giudici ritengono che l’amministrazione finanziaria possa utilizzare ai fini dell’accertamento gli elementi comunque acquisiti, con esclusione di quelli che violino un diritto fondamentale del contribuente.

falciani1Nel caso della lista Falciani, il fisco italiano ha ricevuto i dati ritualmente attraverso i canali di scambio informativo tra le amministrazioni (direttiva n. 77/799) e pertanto non vi sarebbe alcuna lesione dei diritti costituzionalmente garantiti.

L’ormai nota lista Falciani è un documento contenente nomi di contribuenti presunti evasori, sottratto alla banca svizzera Hsbc da un ex dipendente della stessa (l’informativo Hervè Falciani). Il Falciani aveva perpetrato non solo il reato di accesso abusivo ad un sistema informatico (art. 615-ter c.p.), ma anche quello di appropriazione indebita di dati personali (articoli 846 e 61, n. 11, c.p.).

Si è dunque posta la questione dell’utilizzabilità processuale di dette informazioni.

Galvani Fiduciaria ha seguito fin dai primi casi la suddetta questione costatando come nel tempo è stata risolta in modo difforme dalle varie Commissioni tributarie. Alcune infatti hanno sostenuto la piena legittimità dell’acquisizione dei dati, avvenuta nell’ambito della collaborazione informativa internazionale prevista dalle Direttive europee e dalla convenzione contro le doppie imposizioni stipulata tra Italia e Francia. Nessun rilievo avrebbe, dunque, la circostanza che tali elementi siano, in origine, stati acquisiti illegalmente dall’autorità fiscale.

Tuttavia, secondo un altro orientamento, gli accertamenti effettuati sulla base della lista Falciani sarebbero illegittimi, poiché – come sancito dai giudici penali – emessi sulla base di dati illecitamente acquisiti e, dunque, inutilizzabili.

La Corte di Cassazione, con le ordinanze n. 8605 e n. 8606, entrambe depositate il 28 aprile 2015, ha accolto il ricorso dell’Agenzia, rinviando per nuovo esame alla CTR.

Anzitutto, secondo i Supremi giudici, il fatto che i documenti posti alla base degli atti impositivi fossero stati acquisiti mediante strumenti di cooperazione tra Paesi non impone all’autorità italiana un’attività di verifica circa provenienza e autenticità della documentazione trasmessa. Inoltre – si legge in sentenza – non esiste un diritto del contribuente di essere preventivamente informato circa la procedura di cooperazione attivata nei suoi confronti.

Per ciò che riguarda, invece, il profilo della inutilizzabilità della lista poiché acquisita in maniera illegittima, la Corte ritiene che nell’ordinamento tributario non esista una disposizione analoga a quella contenuta nell’art. 191 c.p.p., secondo cui le prove acquisite in violazione dei divieti stabiliti dalla legge non possono essere utilizzate. Peraltro, l’eventuale responsabilità penale dell’autore materiale della lista non è in grado di determinare l’inutilizzabilità della documentazione acquisita nel procedimento fiscale a carico del contribuente. D’altra parte, l’esigenza primaria – costituzionalizzata dall’art. 53 Costituzione – che tutti concorrano alle spese pubbliche in ragione della loro propria capacità contributiva, giustifica l’utilizzabilità delle prove acquisite dall’amministrazione con le modalità predette

In sintesi, quindi, la Cassazione conferma l’utilizzabilità dei dati contenuti nella lista Falciani affermando il seguente principio di diritto: l’Amministrazione finanziaria, nella sua attività di accertamento dell’evasione fiscale può – in linea di principio - avvalersi di qualsiasi elemento con valore indiziario, con esclusione di quelli la cui inutilizzabilità discenda da una disposizione di legge o dal fatto di essere stati acquisiti dalla Amministrazione in violazione di un diritto del contribuente.

Sono perciò utilizzabili, nel contraddittorio con il contribuente, i dati bancari acquisiti dal dipendente infedele di un istituto bancario, senza che assuma rilievo l’eventuale reato commesso dal dipendente stesso e la violazione del diritto alla riservatezza dei dati bancari (che non gode di tutela nei confronti del fisco). Spetterà quindi al giudice di merito, in caso di contestazioni fiscali mosse al contribuente, valutare se i dati in questione siano attendibili, anche attraverso il riscontro con le difese del contribuente.

falciani2Galvani Fiduciaria in questa sede non intende entrare nel merito delle ordinanze della Cassazione, ma ritiene che avranno un effetto ulteriore sulla voluntary disclosure, in quanto non vi è dubbio che i principi fissati dai giudici di legittimità consentono una maggiore aggressività dei controlli del fisco in presenza di notizie acquisite nei più svariati modi. Questo significa che in futuro, salvo un improbabile cambio di orientamento da parte della Suprema Corte, l’eventuale presenza di soggetti in altre liste o elenchi, o di notizie ed informazioni comunque acquisite con riferimento a disponibilità estere non dichiarate, non consentirà margini difensivi sulla ritualità degli elementi ricevuti.

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